E’ davvero possibile affrontare un intervento chirurgico senza l'uso dei classici farmaci anestetici,
affidandosi quasi esclusivamente alla potenza della propria mente? sembra una domanda retorica
dalla risposta scontata, “non ci si può operare senza anestesia”! E invece non è proprio così. Oggi
si sta pian piano diffondendo nelle sale operatorie una pratica clinica, sostenuta ormai da solide
basi scientifiche, destinata a giocare un ruolo sempre più importante nell’ambito dell’anestesiologia:
mi riferisco all’'ipnoanestesia,
l'ipnoanestesia, o ipnosi clinica/ipnosedazione, è una tecnica medica non farmacologica che utilizza
l’ipnosi per gestire ansia e dolore durante alcune tipologie di procedure chirurgiche permettendo al
paziente di rimanere vigile.
l’ipnosi, cui l’ipnoanestesia si ispira, nella definizione più accettata è uno stato modificato di
coscienza, un particolare stato psicofisico, caratterizzato da una forte concentrazione interiore e
da un'elevata suggestionabilità; è, in altre parole, uno stato di attenzione iperfocalizzata, una
concentrazione profonda simile a ciò che ci accade, per esempio, quando siamo è assorti nella
lettura di un testo che ci coinvolge profondamente e sembra che nulla possa distoglierci. Il risultato
finale è una ridotta percezione degli stimoli provenienti del mondo esterno e di quelli provenienti
dal proprio corpo, una sorta di estraneazione in cui il mondo è percepito lontano da noi fin quasi a
scomparire. Di solito è uno stato indotto artificialmente da professionisti della materia, gli ipnotisti.
Permette di modificare pensieri, percezioni e comportamenti agendo sulle proprie risorse inconsce
mobilitandole. Sono queste caratteristiche che hanno spinto alcuni studiosi ad applicarla in
medicina operatoria come pratica da associare all’anestesia classica.
l’ipnosi è stata oggetto di forti pregiudizi fino a qualche decennio fa ritenendola poco “scientifica”.
Eppure affonda le sue radici culturali lontano nella storia fino ad arrivare all’antico Egitto e
all’antica Grecia, dove esistevano i “templi del sonno” (luoghi dove le persone malate si recavano
per rilassarsi e concentrarsi nella convinzione di favorire la guarigione). A salvarla dai pregiudizi
non è bastato che Freud già alla fine dell’800 l’abbia utilizzata prima ancora di elaborare la sua
psicanalisi ritenendola una pratica medica vera e propria. Tra i pregiudizi e falsi miti più noti, tre
sono quelli più comuni che vanno definitivamente chiariti.
1) L’ipnosi e l’ipnoanestesia, in virtù della definizione data in precedenza, non è mancanza di
coscienza, non è sonno, non è abolizione della volontà. Anzi, riferitamente a quest’ultimo punto,
la partecipazione attiva e consapevole della persona nel seguire i suggerimenti e le suggestioni
dell’ipnotista è fondamentale per la buona riuscita della pratica ipnotica.
2) Non è possibile praticare l’ipnosi su una persona contro la sua volontà e non solo per ragione etico-
deontologiche, ma perché di fatto non è possibile ipnotizzare una persona se semplicemente non lo
vuole o non si predispone volontariamente ad essere ipnotizzata.
3) La soggiogazione totale della volontà in ipnosi, intesa come la capacità di costringere qualcuno a
compiere azioni contro la propria morale o volontà, non esiste, è un falso mito, è ed è stato solo un
ottimo spunto per il cinema e le fictions, nulla di più. Durante l’ipnosi, infatti, la persona non perde
il controllo della propria volontà né la capacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato;
non eseguirà mai, quindi, suggestioni che violino profondamente il proprio codice etico-morale.
L'ipnosi è uno strumento terapeutico valido per potenziare la forza di volontà, non per eliminarla.
l’ipnosi, tuttavia, non è per tutti nel senso che non è praticabile in tutte le persone. Solo il 10–15%
della popolazione, infatti, è altamente ipnotizzabile (entra cioè facilmente in uno stato di
iperconcentrazione focalizzata profonda) nel mentre circa il 70–80% della popolazione è
moderatamente ipnotizzabile (può essere ipnotizzato, ma con risultati meno utili ed incostanti) e il
restante 10–15% è poco o per nulla ipnotizzabile.
Va immediatamente chiarito che essere facilmente ipnotizzabili non significa affatto essere deboli o
“manipolabili”. Anzi, spesso le persone più ipnotizzabili hanno un’ alta capacità di concentrazione,
una buona immaginazione e grande apertura mentale, tutte caratteristiche che facilitano il compito
all’ipnotista nel suo guidare la persona verso il raggiungimento dello stato ipnotico cioè verso il
raggiungimento dello stato di iperconcentrazione focalizzata desiderato.
L’introduzione dell’ipnoanestesia in sala operatoria risale già a qualche decennio fa e persegue due
scopi: 1) la gestione dell’ansia e della paura per l’intervento chirurgico, da una parte, e la gestione
del dolore intra e post-operatorio, dall’altra. Ansia a dolore sono le due componenti principali del
disagio globale del paziente legato all’intervento
chirurgico. I risultati dei migliori studi condotti negli
ultimi 15 anni su tali aspetti sono sufficientemente
coerenti tra loro nello stabilire che circa il 35% dei i
pazienti in cui è stata utilizzata l’ipnosi ad
integrazione delle tecniche anestesiologiche classiche, ha presentato una riduzione molto
significativa del disagio emotivo e dello stato ansioso, ha percepito molto meno dolore ed ha
presentato una riduzione importante dei parametri fisiologici di risposta allo stress (con la
frequenza cardiaca, la pressione arteriosa e livelli di cortisolo plasmatico, l’ormone dello stress, che
si sono mantenuti pressoché nei limiti di normalità). Tutto questo, per i pazienti trattati con
ipnoanestesia, si è tradotto in tre grandi vantaggi: riduzione del consumo di farmaci analgesici, in
quanto meno necessari, recupero post-operatorio
molto più veloce e ritorno alla vita normale in
tempi più brevi. In un ulteriore 10% dei pazienti si sono registrati benefici meno significativi, ma
documentabili. I migliori risultati si sono ottenuti in procedure chirurgiche brevi e poco invasive in
molte branche chirurgiche, ma sono sempre più frequenti pubblicazioni in cui si documenta
l’utilizzo dell’ipnoanestesia in interventi più impegnativi come quelli sulla tiroide, sul cervello a
paziente sveglio e addirittura sull’addome; Un esempio per tutti: l’intervento per tumore del colon
praticato all’ospedale Molinette di Torino nell’aprile
scorso su un paziente fragile in cui l’ipnoanestesia,
combinata con l’anestesia locale e una molto blanda sedazione, ha permesso di ridurre il rischio di
complicanze ad un livello accettabile rendendo possibile la procedura chirurgica.
Ad oggi, nonostante le grandi potenzialità e la sempre maggiore diffusione nelle sale operatorie,
l’ipnoanestesia non può essere considerata una pratica di routine. Il numero dei centri italiani più
noti in cui viene praticata, infatti, sono circa una ventina tra cui si annoverano l’ospedale Molinette
di Torino, l’ospedale Niguarda di Milano, il policlinico gemelli di Roma, l’azienda ospedaliera di
Padova, l’ospedale di Terni, il san paolo di Savona e pochi altri. Anche in questi centri, tuttavia,
l’ipnoanestesia non è un servizio sempre standardizzato o garantito, ma gestito di volta in volta a
seconda dei casi particolari e della disponibilità delle risorse. Ci vorrà ancora del tempo, ma il
futuro dell’ipnoanestesia nelle sale operatorie sembra ormai ben delineato e certamente andrà a
costituire una pratica medica che, associata all’anestesia classica, permetterà di migliorare di molto
i risultati dell’assistenza al paziente chirurgico.
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ARTICOLO, LUIGI GALLO