Sabato 17 gennaio 2026, nel Cilento, come nel resto d’Italia, si rinnova l’appuntamento con la “Giornata del dialetto e delle lingue locali”, istituita dall’UNPLI – Unione Nazionale delle Pro Loco – per sensibilizzare Istituzioni e comunità locali sull’importanza di tutelare questo prezioso patrimonio culturale.
Quest’anno si celebra la 14ª edizione, dedicata a temi legati a proverbi, filastrocche e tradizioni locali. Si incoraggia anche la partecipazione sui social con post in dialetto usando #giornatadeldialetto e #dilloindialetto.
I dialetti sono lingue a livello strutturale, cioè sistemi linguistici autonomi. Si differenziano da ciò che chiamiamo “lingua”, ossia dai sistemi standardizzati, per ragioni sociolinguistiche e geografiche. In altre parole, i dialetti sono parlati in spazi geografici ristretti e non godono della diffusione e del grado di istituzionalizzazione delle lingue vere e proprie. Ad esempio, a chi verrebbe in mente nel Cilento di scrivere una raccomandata postale nel proprio dialetto? Eppure, in Sardegna e nel Friuli quest’attività potrebbe essere svolta in certe aree, a causa di decisioni politiche e del senso di identità delle comunità locali.
I dialetti cilentani, in modo particolare, sono i più complessi a livello strutturale di tutta la Campania, discostandosi dal modello linguistico napoletano per molti aspetti, in particolare a causa di un maggiore livello di conservazione delle vocali atone, per le quali in posizione finale è molto diffuso un sistema a quattro fonemi di tipo toscano. I primi studi scientifici sull’area cilentana si devono a Gerhard Rohlfs, che nel 1933 giunse nella zona di Omignano per condurre delle ricerche per conto dell’Atlante Italo-Svizzero e, qualche anno, dopo pubblicò “Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento”, che è stato tradotto in italiano nel 1988 da Congedo Editore.
Ancora oggi sussistono pochi studi scientifici sul Cilento linguistico, fra i quali, oltre ai miei, si segnalano quelli della prof.ssa Mariangela Cerullo, originaria di Felitto.
Pertanto, parlare di “dialetto cilentano” non è corretto a livello strutturale, essendoci sistemi linguistici molto diversi fra loro, ma è giusto se si prendono in considerazione delle varietà linguistiche parlate nell’area geografica chiamata oggi “Cilento”. Si tratta, perciò, soltanto di un’etichetta a uso degli studiosi.
Alcuni parlano, in questo caso, di “lingua cilentana”, quale insieme di “dialetti”. Tuttavia, questa definizione non è in uso fra molti linguisti, perché appare come un modo per alimentare il pregiudizio di subalternità del dialetto rispetto alla lingua, un qualcosa di atavico, affermatosi dopo l’Unità d’Italia, quando era necessario un processo di italianizzazione degli italiani.
Aniello Amato