Il Cilento, in particolare Vibonati, si prepara alla festa di S. Antonio Abate, che gode di un culto diffuso in tutta l’Italia meridionale. Per comprendere meglio le radici e le manifestazioni antropologiche di questa ricorrenza, è opportuno leggere la relazione del dott. Nicola Palmieri, dottorando in Beni Culturali, Formazione e Territorio dell’Università Tor Vergata di Roma.

“La devozione per Sant’Antonio Abate occupa un posto di particolare rilievo nel panorama delle tradizioni rituali dell’Italia centro-meridionale. La figura del santo eremita, fondatore dell’ascetismo cristiano, è stata progressivamente reinterpretata dalle comunità contadine come mediatore simbolico tra l’uomo e le forze della natura, tra il sacro e il profano, tra ordine e caos. In questo processo di lunga durata, il culto di Sant’Antonio Abate ha assorbito e rielaborato elementi arcaici, legati ai cicli stagionali e ai riti di passaggio, dando origine a sistemi rituali complessi in cui il fuoco, il suono e il gesto assumono una funzione centrale.
Uno degli aspetti più significativi del culto è l’ambivalenza simbolica del santo. Sant’Antonio è al tempo stesso asceta cristiano e figura liminale, spesso raffigurata in prossimità del fuoco, degli animali e del demonio. Come osservato da numerosi studiosi, tra cui Alfonso Maria Di Nola, si tratta di uno di quei “santi ambigui” che conservano tratti riconducibili a potenze precristiane, successivamente inglobate e rielaborate dall’orizzonte simbolico del cristianesimo popolare. Il fuoco, elemento ricorrente nelle celebrazioni del 17 gennaio, non è soltanto segno di purificazione e protezione, ma diventa strumento rituale per marcare il passaggio dall’inverno alla primavera, dal tempo della stasi al tempo della rinascita.
In questo contesto, la musica non rappresenta un semplice accompagnamento della festa, bensì un vero e proprio linguaggio rituale. Nei diversi contesti territoriali, essa assume forme differenti, ma mantiene una funzione costante: creare coesione, scandire il tempo rituale, rendere percepibile l’azione simbolica. Le pratiche musicali legate a Sant’Antonio Abate si collocano spesso al confine tra devozione e performance, tra atto religioso e azione comunitaria, rivelando una concezione del suono come forza attiva, capace di agire sul reale.
Nel caso di Collelongo, il canto processionale e la visita rituale alle cuttore strutturano uno spazio simbolico di ospitalità e condivisione. Il canto di Sant’Antonio, trasmesso e fissato in forma strofica, diventa veicolo di memoria collettiva e strumento di autorappresentazione della comunità. La dimensione notturna della festa, che prosegue oltre il rito ufficiale, apre invece a forme più spontanee di socialità rituale, in cui musica, cibo e convivialità rinsaldano i legami intergenerazionali.
A Colli a Volturno, la festa assume tratti marcatamente carnascialeschi. La maschera di Sant’Antonio, interpretata in chiave comico-teatrale, introduce una sospensione dell’ordine ordinario, tipica dei rituali di inversione. Il canto questuante, con i suoi testi dialettali, le richieste di doni e le invocazioni protettive, mette in scena un rapporto diretto e dialogico tra esecutori e pubblico, in cui il sacro si manifesta attraverso il gioco, la teatralità e la partecipazione collettiva. Anche qui, il falò conclusivo rappresenta il momento culminante del rito, luogo simbolico di concentrazione delle energie comunitarie.
Ancora più evidente è la funzione rituale del suono nel caso di Macerata Campania, dove la musica dei bottari costituisce il cuore stesso della festa di Sant’Antuono. La percussione di botti, tini e falci trasforma strumenti del lavoro agricolo in dispositivi sonori carichi di valore simbolico. Il “rumore” prodotto dalle battuglie di pastellessa non è casuale né puramente spettacolare, ma si inserisce in una logica rituale di tipo apotropaico: il suono forte e ripetitivo serve a scacciare il male, a risvegliare la natura, a propiziare il nuovo ciclo agricolo. La trasmissione orale di questi saperi musicali, affidata al rapporto diretto tra anziani e giovani, garantisce continuità e radicamento alla tradizione.
Nel loro insieme, queste pratiche rituali mostrano come il culto di Sant’Antonio Abate continui a svolgere una funzione sociale fondamentale. La festa non è soltanto un evento religioso o folklorico, ma un dispositivo culturale complesso, attraverso il quale le comunità rinegoziano la propria identità, riaffermano il senso di appartenenza e mantengono un dialogo vivo con il proprio passato. In un’epoca segnata da profondi mutamenti sociali e culturali, la persistenza e il rinnovamento delle feste di Sant’Antonio Abate testimoniano la vitalità delle tradizioni musicali e rituali come strumenti di costruzione del senso e di coesione comunitaria”.

Aniello Amato