Il caso della falesia di Cala del Cefalo al Mingardo di Camerota arriva in Consiglio di Stato. Si è tenuta ieri mattina, l’udienza del giudizio di appello promosso dal Comune di Camerota contro il Ministero dei Beni Culturali, la Soprintendenza di Salerno e le associazioni Italia Nostra e Per un Comune Migliore.
Al centro della discussione la sentenza del Tar di Salerno del 2024, che aveva respinto il ricorso del Comune contro gli atti di interdizione e sospensione dei lavori adottati dalla Soprintendenza. Tali atti riguardavano l’ordinanza emessa dal sindaco di Camerota, Mario Scarpitta, con la quale era stato disposto il brillamento del costone e della falesia in località Cala del Cefalo Mingardo.
La vicenda, che aveva suscitato notevoli polemiche, ha visto la Soprintendenza contestare l’operato del primo cittadino. Secondo gli esperti, Scarpitta avrebbe agito senza alcun potere e senza acquisire i necessari pareri paesaggistici e ambientali, obbligatori anche in casi di presunta somma urgenza. La Soprintendenza aveva inoltre sottolineato che non sussistevano le condizioni di urgenza tali da giustificare un intervento così drastico, e che alternative meno invasive, come la limitazione del transito veicolare, avrebbero potuto evitare il danno irreversibile al sito.
La falesia, area plurivincolata e dichiarata patrimonio dell’umanità, ha subito così una trasformazione irreversibile che ha alimentato le polemiche tra cittadini, esperti e associazioni ambientaliste. L’episodio è noto come “l’esplosione della falesia” ed è ormai uno dei capitoli più discussi della recente storia amministrativa di Camerota.
All’udienza erano presenti l’avvocato Pasquale D’Angiolillo per il Comune, l’avvocato Daniela Canzoneri per Ministero e Soprintendenza e l’avvocato Vincenzo Speranza per Italia Nostra e Per un Comune Migliore.
Il Presidente del Consiglio di Stato ha dedicato particolare attenzione agli atti del procedimento penale attualmente pendente presso il Tribunale di Vallo della Lucania, che vede lo stesso sindaco Scarpitta imputato. L’inchiesta penale riguarda le stesse vicende della falesia di Cala del Cefalo e l’ordinanza di brillamento, con il sindaco accusato di aver determinato danni paesaggistici e ambientali senza le autorizzazioni necessarie.
Al termine della discussione, il Collegio del Consiglio di Stato si è riservato di decidere, alimentando l’attesa per un pronunciamento che potrebbe includere anche la richiesta al Tribunale di Vallo della Lucania di acquisire tutti gli atti del procedimento penale.
L’udienza odierna rappresenta un passaggio chiave non solo per l’appello amministrativo, ma anche per la vicenda giudiziaria che coinvolge il sindaco. L’episodio della falesia, inizialmente percepito come un intervento urgente per la sicurezza, si è trasformato in un caso emblematico, tra diritto amministrativo, tutela del patrimonio e responsabilità penale degli amministratori locali.