𝐏𝐫𝐞𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞.
Quando si costruisce una struttura pubblica come un Teatro – Auditorium, bisogna avere ben chiara la futura gestione, diversamente il rischio è quello di realizzare una cattedrale nel deserto, con problemi di manutenzione e costi amministrativi a carico della collettività.
Quando è stato pensato e realizzato l’Auditorium a Vallo della Lucania, c’era un altro mondo, altre prospettive e altre risorse rispetto ad oggi.
Sappiamo bene che non basta intitolare una struttura pubblica ad un artista per far vivere la cultura e per fare teatro. Servono ingenti risorse, organizzazione, continuità e utenza.
Non è mistificatorio sostenere che tutti i teatri vivono grazie al sostegno pubblico o grazie all’apporto di risorse da parte di gestori privati.
In questi anni l’Auditorium “𝑳𝒆𝒐 𝑫𝒆 𝑩𝒆𝒓𝒂𝒓𝒅𝒊𝒏𝒊𝒔” ha ospitato concerti, spettacoli teatrali, manifestazioni nonché una stagione teatrale in collaborazione con il Teatro Parioli Costanzo di Roma.
Anche negli anni passati la struttura ha ospitato eventi di qualità, ma non si è mai riusciti a dare continuità per ragioni esclusivamente economiche. Per programmare le stagioni, con una gestione diretta, è necessario avere certezza di finanziamenti e nessuna amministrazione, che non può accedere per ragioni di continuità al FUS, può avere questa certezza.
A chi si riempie la bocca di parole, nemmeno belle, che richiamano ai luoghi di aggregazione e alla cultura, ricordiamo che Auditorium e Teatri di piccole dimensioni – ma anche quelli grandi – hanno difficoltà nelle grandi città, figuratevi in un Comune di circa 9 mila abitanti e in un territorio scarsamente popolato.
Detto ciò, una corretta valutazione dell’Auditorium “Leo De Berardinis” deve partire dalla realtà: il mancato utilizzo – con continuità – genera costi ulteriori di manutenzione e così la struttura perisce.
Siamo dinanzi ad un bivio: dare seguito all’indirizzo artistico scelto quando si è deciso di intitolare la struttura o provare a dare un senso alla cattedrale nel deserto che corre il rischio, tra poco, di ospitare agli eventi più topi che pubblico.
I beni pubblici si preservano facendoli vivere e proprio per questo abbiamo concesso l’uso di una sala all’interno della struttura per la realizzazione di un progetto serio, rivolto ai giovani, sui disturbi alimentari.
Ai nostri giovani servono luoghi vivi, dove potersi confrontare e liberare energie, non cattedrali nel deserto. Sono mesi che proviamo a stimolare l’aggregazione in quel luogo, anche partecipando a bandi regionali per allestire le sale e realizzare attività.
𝐋𝐞𝐨 𝐃𝐞 𝐁𝐞𝐫𝐚𝐫𝐝𝐢𝐧𝐢𝐬 è stato un grande protagonista del teatro di avanguardia, un teatro sperimentale con un pubblico di nicchia. Un teatro che formava il pubblico e non che offriva al pubblico uno spettacolo.
Una direzione artistica di questo tipo, decisamente bella e avvincente, in un territorio come il nostro, necessità dell’apporto di risorse pubbliche per coprire integralmente le spese per gli spettacoli, che non sono solo quelle per gli artisti.
Parliamo di una forma di teatro molto di nicchia, ma all’occorrenza potremmo spingerci ancora più in là e ragionare anche del teatro della crudeltà o de “𝐼𝑙 𝑡𝑒𝑎𝑡𝑟𝑜 𝑒 𝑖𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑑𝑜𝑝𝑝𝑖𝑜” di 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐧 𝐀𝐫𝐭𝐚𝐮𝐝. La sfida sui contenuti culturali è aperta, ma deve essere una sfida plurale e realistica.
Una linea mediana potrebbe essere quella di realizzare spettacoli per un pubblico più vasto e altri per un pubblico di nicchia, ma anche in tal caso bisognerebbe fare i conti con i numeri e con il reperimento di risorse pubbliche.
Sfugge a qualcuno – o è proprio questo il motivo – che siamo un Comune con due teatri da 500 posti l’uno, di cui uno pubblico e l’altro della Chiesa. Questa situazione, è inutile che facciamo gli ipocriti, ha reso complicato mantenere gli equilibri, con la conseguenza di una scarsa utilizzazione della struttura pubblica. Mancato utilizzo continuo della struttura pubblica vuol dire deperimento, aumento dei costi di manutenzione.
Con l’amministrazione in carica é stata realizzata una stagione teatrale, portando a Vallo della Lucania artisti come Massimo Ghini, Angela Finocchiaro, Barbara D’Urso, Rosalia Porcaro, Franco Oppini, Ale e Franz, Gianmarco Tognazzi, l’Orchestra di Archi dei Professori del Teatro San Carlo. Nonostante un cartellone di qualità – e dobbiamo recuperare uno spettacolo saltato per impossibilità sopravvenuta degli artisti – la media è stata di 300 spettatori ad evento.
Chi parla di luogo di cultura da preservare, non era tra questi.
Non dimentichiamo altrettanti eventi di qualità organizzati dalla precedente amministrazione, come il concerto di Paolo Fresu – artista notevole – con un pubblico ben al di sotto delle aspettative.
Questo per dire che la cultura necessita anche di essere praticata e non solo predicata. Servono risorse per investire e formare il pubblico.
Il Comune di Vallo della Lucania sulla scorta di proposte pervenute all’Ente non ha affidato la gestione della struttura ma ha indetto una manifestazione d’interesse per l’uso sperimentale per una stagione (meno di un anno), riservandosi il diritto di organizzare in ogni momento eventi o di concederla a terzi per l’uso. Il tutto, chiedendo migliorie onerose, il pagamento delle utenze, ecc…
La procedura è aperta, nessuno svilimento della cultura.
Le nostre mani, però, sono pulite.
Anzi, sono sporche, non di marmellata, ma per le schifezze che abbiamo pulito personalmente nelle strutture pubbliche, per i traslochi che abbiamo fatto personalmente, per la polvere e i rifiuti che abbiamo tolto personalmente, per la pittura usata per pitturare personalmente aule e stanze, per la fatica materiale fatta quotidianamente.
Perché dinanzi alla mancanza di risorse abbiamo fatto, facciamo e continueremo a fare anche gli operai.
Altro che potere, gestiamo problemi, quelli dai quali sono scappati gli altri! E’ troppo comodo fare l’opposizione.
Questo è. Non siamo buoni? Viva la democrazia, alle prossime elezioni i cittadini faranno la loro scelta.
Intanto non si può restare inermi e temere esposti e diffide.
Devono temere coloro che rubano e coloro che sperperano risorse pubbliche.
In un territorio che qualcuno vuole morente per poter fare il primo della classe stando solo in classe, noi continueremo a fare anche gli operai, continuando a mettere spesso le mani nelle nostre tasche e lavorando a mani nude nell’interesse esclusivo della comunità.
Questo è il clima che viviamo da anni e questa non è più politica.