Perché ogni comunità dovrebbe scendere in piazza contro il bullismo…

Gli eventi accaduti negli ultimi giorni all’istituto Ancel Keys hanno scosso tutta la comunità cilentana. A buon titolo. E dopo la tragica scomparsa della 15enne ad Agropoli lasciano ancora più attoniti e inducono (o dovrebbero indurre) ognuno alla riflessione. Inoltre, proprio ieri è stato dato il via libera dalla Commissione Giustizia della Camera ad un emendamento “volto a introdurre moduli formativi specifici relativi all’educazione in materia di intelligenza emotiva”.
A Casal Velino è stata organizzata una fiaccolata e anche una squadra di calcio scenderà in campo per dire “No” a una vera piaga, che ferisce l’animo di chi è vittima di soprusi, ma anche la società di appartenenza. Certamente, i primi ad essere feriti sono proprio gli autori di certi gesti vili e deplorevoli. Deridere un impotente, ahinoi, fa sempre comodo. Molto spesso chi perpetra queste azioni ha subito violenza fisica o psicologica a sua volta e di conseguenza ricerca l’approvazione del gruppo da cui vorrebbe essere accettato. È una questione di punti di riferimento, di identità, che oggigiorno è sempre più sfumata, perché la logica del gruppo tende a prevalere su quella della comunità, avendo come risultato la trasformazione del gruppo in clan con le sue regole e il suo capobranco. Ma è un fatto anche di cultura e di crescita personale, la quale non può essere racchiusa solo nelle mura domestiche o nella messa in pratica del proverbio “Mazzate e panelle fanno i figli belli”. Certamente la prima scuola è la famiglia. Un aneddoto cilentano narra che un figlio non era mai punito dal padre per le sue cattive azioni. Fatto grande, il padre lo sorprende a rubare e gli chiede spiegazioni. Il figlio risponde: “Ero piccolo e non mi correggevi, fatto grande, cosa ti aspettavi che diventassi? Un ladro”. È giusto il proverbio, infatti, “Chieca viscillo quanno è piccirillo”. Tutto vero. D’altro canto, è pur vero che la  formazione avviene anche al di fuori delle mura domestiche e che i ragazzi passano, sovente, più tempo fuori casa durante l’adolescenza. La scuola non basta. Gli insegnanti sono, sì, educatori, ma non “tuttofare”. Per evitare che diventino delle bestie volte ad occupare il loro tempo libero in forme deviate di comportamento o nell’ozio servirebbero anche enti dove si coltivano valori come l’amicizia, la solidarietà, l’educazione emotiva e affettiva (quest’ultima anche a scuola), punti stabili di riferimento. Il bullismo è una cosa seria e prende varie forme di oggettivazione. Inoltre, spesso non ce ne rendiamo conto, ma possiamo offendere qualcuno con un riso, un’affermazione, un atto mancato. In tal senso, siamo tutti vittime e carnefici di qualche malazione verso il prossimo, specialmente a 15 anni. Una volta certe associazioni erano più vive sul territorio, come l’azione cattolica, i circoli, le pro loco. Oggi purtroppo a causa di tante variabili sociali, l’aggregazione è più virtuale che reale. Abbiamo 2000 amici su Facebook, 100 e oltre followers, ma gli amici veri chi sono? Cos’è l’amicizia? Cos’è l’empatia? Pertanto, sarebbe auspicabile che la manifestazione di Casal Velino non fosse un caso isolato, ma ogni comunità, in un territorio dove è difficile creare occasioni di intrattenimento e i giovani sono costretti ad emigrare per cercare lavoro, dovrebbe mettere in atto iniziative per dare risposte ai quesiti citati. Inoltre, è necessario potenziare le politiche sociali, investire maggiormente nel Piano di zona e i comuni, in tal senso, dovrebbero “fare rete”, (non solo per le sagre). In un piccolo paese, se si diventa preda di un branco, la vita può diventare insopportabile. La solitudine, poi, è la principale conseguenza, la compagna più infida.
E a chi ci si può rivolgere per chiedere aiuto?

Nello Amato (un pensiero da giovane e da cittadino)

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