Cannalonga, la leggenda della donna “innominabile” che parlava coi morti

Il suo nome non poteva essere pronunciato in alcun modo. Così la storia fatale di una donna “sempre scalza”, che vestiva sempre a lutto e usciva di casa solo per il necessario, ormai è stata dimenticata, sepolta sotto il peso della paura di chi, ancora bambina, ricorda il tremore sulle labbra dei genitori, quando veniva soltanto “nnommenata pe’ scangio”.
“None, ue nì, nui simo re Ddio”: così mi diceva qualche anno fa una anziana donna di Cannalonga, la quale è venuta a mancare, a cui mi ero rivolto per conoscere gli usi legati alla commemorazione del defunti e che per un fortuito atto di debolezza si lasciò “scappare” dalla bocca la storia della vedova “innominabile”. Ella parlava sognava e parlava coi morti, dava da mangiare al marito morto, cenava in sua compagnia e la notte in cui si commemorano I defunti, quella del 2 novembre, poneva un tavolino fuori dalla modesta abitazione in pietra, ubicata in una specie di scantinato, umido e desolato, per consentire ai morti di banchettare durante la loro visita alle case dei rispettivi familiari. Secondo alcuni, in un luogo preciso del paese si raccoglievano i defunti, che per discrezione preferisco non citare. Nonostante la mia insistenza non riuscii a carpire il nome dell’innominabile. L’anno scorso ho ascoltato la storia di una negromante, di nome Francesca, ma non sono certo che sia la stessa. A quanto pare, la donna innominata, rimasta vedova, senza figli né parenti a cui appoggiarsi, aveva iniziato a fare pratiche, diremmo noi, di spiritismo. Tuttavia, il termine è improprio, perché stiamo parlando di un’epoca in cui ancora l’occulto permeava la vita quotidiana della società agricola (in parte, ancora oggi vi sono retaggi del genere). La signora, anziana, diceva di dormire con il marito, di sentire i suoi passi e di aver predetto il futuro al nonno della donna che mi ha fatto “u Cundo”, cioè di avergli riferito che avrebbe perso l’unico figlio maschio. Per una strana fatalità, il caso si avverò e, siccome le voci circolano in fretta nei paesini, la gente iniziò a credere che fosse una fattucchiera, che avesse fatto morire il figlio di quell’uomo, per cui aveva paura di nominarla. Ma quando si dice “Gente” spesso si esagera. Infatti, molti erano incuriositi o semplicemente creduli e si recavano da lei per consigli, per sapere se un proprio caro defunto stava bene. Ma due domande sorgono spontanee: “Come faceva a vivere la signora se non aveva parenti? Come si procurava il cibo?”. Inoltre, quando è morta chi l’ha seppellita, considerando che non andava neanche in chiesa ed era considerata da molti “un’indemoniata”? A quanto pare, viveva di ciò che le offriva ancora la terra e quanti le chiedevano consigli o preghiere. “Ma chiedeva soldi?” chiesi ovviamente alla mia informatrice. A quanto pare no. Sembra, infine, che la donna avesse predetto la data della sua morte, che sarebbe stato il marito a dirglielo. Colei che si occupò della sepoltura fu una giovane donna, una lontana parente, la quale, avendola negli ultimi anni, ricevette in eredità la dimora. Come abbia fatto questa donna ad accettare una “casa degli spiriti” forse è motivabile solo con la logica della miseria dilagante dell’epoca.
Resta il fatto che a Cannalonga la memoria di questa donna, che sia o meno la stessa negromante di nome Francesca, è del tutto scomparsa. Inoltre, in molti paesi del Cilento si dice che a novembre, mese dei morti, si dava da mangiare alle anime dei trapassati. Ancora oggi, dopo i funerali, si recita il rosario ponendo a terra un piatto con del pane accanto a un lume acceso.

Nello Amato

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