A 105 anni una supernonna cilentana consiglia: “Non si augura una lunga vita, ma la bòna salute!”

105 anni, quasi 106… tratti facciali orgogliosi, indomiti e segnati dalle rughe del tempo, oltre un secolo di fatica per renderli sentieri di saggezza da pronunciare a chi augura, spesso con banale ironia: “Ne zì, ati ciento!” e invece dalla sua bocca, mossa da un tremolio che è un altro effetto degli anni che corrono, questa donna bassina e sicura dice a un operatore sanitario: “Non si augura una lunga vita, ma la bbòna salute!”. La scenetta si è consumata mesi fa davanti ai miei occhi e per una fatalità psichica che non so neanche spiegare mi è tornata in mente poco fa ascoltando dei servizi di Set tv sugli studi riguardo la longevità dei cilentani. Tutti si chiedono, infatti, ed elaborano teorie su come facciano questi nonnini a raggiungere simili traguardi.
Pochi giorni fa un nonno di Sessa Cilento, zì Pietro, ha compiuto 106 anni. Molti, anche sui social, gliene augurano altri 100 o addirittura mille! Ma questi nonni, se potessero rispondere su “fèstimo” (Facebook) o “stàra” (Instagram) cosa direbbero? Credo che all’unanimità replicherebbero le parole della simpatica signora di Moio, che ho conosciuto in un centro pochi mesi fa. Era stata ricoverata per uno dei tanti motivi prevedibili legati all’età. Come tutti doveva fare fisioterapia, ma nessun esercizio particolare o, almeno, sicuramente un po’ faticoso per quell’età, ma forse è solo un comune pregiudizio, uno dei tanti che abbiamo… Dovendo passeggiare col deambulatore, la signora risponde ad un augurio con la frase che dà il titolo all’articolo, ma con eleganza, sottovoce, e soprattutto con decisione disarmante. Da studioso di linguistica son rimasto colpito dalla curva intonazionale, dal corpus della frase, addirittura espressa in italiano (eccetto l’aggettivo “bbòna”, pronunciato senza dittongamento metafonetico, come avviene in dialetto locale o italiano antico). Non ci aspettavamo quella risposta, tantomeno in quella lingua (io perlomeno). Insomma, da un centenario ci si aspetterebbe una frase in dialetto arcaico, un proverbio, e il registro linguistico usato in quel caso dimostra come ogni individuo abbia a disposizione un codice multiforme, fatto di tante varietà, per cui ognuno parla a modo suo e la cosiddetta Lingua I di Chomsky ha tante lingue quanti sono, all’incirca, gli abitanti del mondo.
Ma tralasciando uggiose digressioni sociolinguistiche, a quale scopo morale voglio condurti, caro scienziato che studi la longevità nel Cilento? A considerare due aspetti: 1) se sei alla ricerca (ma non penso, è solo per farti sorridere con una battuta) di un gene specifico che renda i cilentani più longevi, credo tu possa scrivere solo articoli di fantascienza per qualche rivista internazionale con la possibilità di migliorare la tua carriera accademica, ma senza stringere con mano il nocciolo della risposta esatta. Non esiste l’elisir di lungavita, qualcuno ci aveva già pensato nel XVIII secolo, ma niente… La vita è pur sempre “fragile come una foglia”, parafrasando Mimnermo. Magari lo scovassi fra i miei geni! Ne sarei felice! Ma stando al consiglio della signora, meglio se lo trovi fra i tuoi perché io mi posso accontentare (è solo una battuta, non fare il broncio, su con la vita!); 2) se non ho colpito il tuo narcisismo, allora posso dirti che un segreto sulla longevità te lo posso rivelare, in confidenza, eh, ben si intende… cioè l’umorismo.
La signora di Moio sorride sempre, ma non ride, perché un proverbio cilentano ammoniva di “tagliare l’albero che stride e la donna che ride”. Inoltre, l’ho udita chiamare la madre spesso e volentieri. La chiama perché, pur essendo lucida, a quell’età forse si ritorna un po’ bambini. Ma io preferisco anche credere che la parola “mamma” sia la più poetica e dolce da pronunciare a qualunque età. Ed è così, infatti. Quindi, quando tornerai in Svezia o America, porta con te, fra i dati scientifici, anche uno, diciamo, umanistico: il sorriso, quello che fa una nonna quando dà un consiglio ad un nipote, come quello narrato, o recita un proverbio locale.
Eccoti servito e buon lavoro!
Nello A

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