Il valore dell’umiltà: un aneddoto di Novi Velia sulla Madonna del Monte

Che cosa vuole davvero Maria dai suoi figli? Vuole lamentele? No, vuole il cuore, perché c’è sempre un’alternativa: la fede. Il santuario del Monte Gelbison sta per chiudersi anche quest’anno, un anno, però, non come gli altri, a causa dell’impraticabilità della strada, che ha suscitato tante accese polemiche. A Novi Velia si tramanda un aneddoto miracolistico (fra tanti ovviamente) che può aiutarci a comprendere il valore del sacro e dell’umiltà. Sopratutto, per i fedeli che si lamentano, può far capire che cosa desidera davvero la “Mamma re tutta la gente”, come recita l’inno che la voce potente e commossa delle donne novesi, popolo fiero e combattivo, intona l’ultima domenica di maggio, all’apertura e in svariate occasioni.
Ebbene, in un tempo imprecisato, ma non più di due secoli orsono, visto che la mia informatrice, classe 1935, mi ha detto che questo racconto le era stato fatto da sua nonna, si dice che una coppia avesse una figlia muta, una giovane ragazza che dall’età di 15 anni non proferiva più parola. Il motivo non è specificato. Alla mia domanda la signora mi risponde che non lo sa,,. Sotto la mia insistenza, tuttavia, riesco a tirarle fuori che forse la fanciulla aveva passato “nu uaio”. Con un gesto prassemico la signora mi fa capire che non si può aggiungere altro, allora mi balza alla mente l’idea che la giovane aveva subito violenza sessuale, ma vabbè… La storia narra che la coppia aveva preparato nu vitiello annoccato, cioè un vitello con delle nocche all’orecchio, ossia dei fiocchi, come una sorta di rito sacrificale, un rito apotropaico che affonda le sue radici nell’antichità, addirittura nel Neolitico (infatti, la cosiddetta “Ciampra r’u cavallo” potrebbe essere un menhir del Neolitico, anche per la sua forma, che poi si è trasformata, anche grazie all’aneddoto più noto fra i cilentani “del cavaliere”) o comunque in certi riti tramandati anche dalla Bibbia (vedi la celebre vicenda di Abramo). La coppia giunse ai piedi del santuario e in ginocchio si mise a pregare chiedendo grazia alla celeste Signora che la figlia ottenesse di nuovo la parola. Si dice che rimasero lì tutta la giornata e che alla fine, al tramonto, all’improvviso la figlia avesse ripreso a parlare. Fecero ritorno a casa, dove, stanchi per il pellegrinaggio, si sedettero vicino al focolare domestico. Un parente giunse a fargli visita e a rendere grazie a Maria per il prodigio avvenuto. Ma in quel momento il padre della giovane disse: “Eh, ne cumbà, nge aggio rimiso nu vitiello re ‘dda manèra!” e allora la figlia ridivenne muta.
Il racconto, che ha una morale a mò di parabola ci deve far capire che nella vita non dobbiamo lamentarci troppo, anche se pensiamo di essere nel giusto. Dobbiamo imparare a ringraziare piuttosto che chiedere, a non seminare discordie, ma a trovare una via di concordia, alternativa, senza preconcetti. Alla fine, i santuari e i riti sono manifestazioni importanti della nostra fede collettiva, ma ciò che conta davvero, per chi crede, è il cuore aperto alle buone opere.

Nello Amato

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