“Don Antonio, ti ricordo così”: lettera a don Antonio Magliacane nel giorno di San Pantaleone, patrono della Diocesi di Vallo della Lucania

Nel giorno della solennità di San Pantaleone, medico e martire, patrono della città e della diocesi di Vallo della Lucania il vescovo Ciro Miniero ha presieduto la solenne celebrazione eucaristica, in gergo ecclesiastico “pontificale”, assieme al presbiterio diocesano e con l’animazione della Schola cantorum San Pantaleone diretta dalla maestra Santina De Vita. Come ogni anno i sacerdoti si riuniscono per vivere un momento di fede condivisa e di armonia fra le comunità. In questa cornice stamani mancava la figura sorridente di don Antonio Magliacane, parroco di Rutino, venuto a mancare il 16 luglio a Roma nel corso di un delicato intervento chirurgico.

Ricordo don Antonio al tempo in cui mi trovavo in seminario. Era diacono e il vescovo Favale l’aveva scelto come animatore. L’impressione che suscitava era pari a quella di un bambino che incontra un gigante buono. Don Antonio era un omone, da dietro faceva quasi paura, ma quando lo guardavi in faccia ti faceva sorridere e diventava subito simpatico. Era molto devoto alla Madonna e non credo sia un caso che la data del suo decesso sia stata proprio il giorno della Madonna del Carmine, protettrice delle anime del Purgatorio, invocata per portare le anime direttamente in Cielo.

È stato uno dei pochi che di quegli anni ancora ricordo con stima, perché le sue parole erano semplici ma sentite, non erudite e distaccate. Ricordo che parlavo spesso con lui, era una persona genuina e che mi capiva con molta disponibilità. La sera prima che partissi mi disse: “Ricordati che ovunque andrai troverai sempre il buono e… il meno buono, la Madonna sia sempre con te”. Quelle parole, nel corso degli anni, mi hanno sempre accompagnato, le ho introiettate come un faro personale, da portare sempre dentro di me, ricordandomi che nella vita bisogna accettare le situazioni con fede e perseveranza, ma anche machiavellica lotta ai colpi della dea bendata. Per tutti questi anni non l’ho più rivisto, ma ho pregato per lui quando ho saputo che era diventato sacerdote. Quando ho appreso la sua scomparsa, ma prima ancora, la sua malattia, mi sono rattristato e mi sono girate in testa, come un film, le immagini delle volte in cui andavo a confidarmi con lui, certo che con ironia avrebbe smorzato la mia permalosità e il mio essere perfezionista. Mi sono chiesto “Perché? Perché Dio si porta sempre via i migliori?”. Ma, allo stesso tempo, mi chiedo come si faccia, nonostante i tanti, troppi casi di tumori nel territorio cilentano, a creare un’immagine romanzata di questa sub regione, fatta di bellezze naturalistiche, di cultura antica, tradizioni immortali e longevità. Vorrei che prendessimo più a cuore la possibilità di guardare in faccia il lato oscuro di questa nostra bella terra, di aiutare la ricerca sui tumori, di dare, forse è un’utopia, una consolazione alle famiglie che si son sentite strappare il cuore e, gettatolo a terra, calpestato, sapendo che magari più nessuno vivrà il loro stesso dolore. Magari è impossibile, ma nel giorno in cui ricorre la memoria di un santo taumaturgo, uno dei 14 santi ausiliatori, mi sento vicino alla famiglia di don Antonio, sia quella parentale che quella parrocchiale. È festa in tutta la Diocesi, ma a Rutino, il 16 luglio la Sorte capricciosa ha fermato i cuori nel lutto.
Ma dov’era Dio? Dov’è Dio nei momenti oscuri della nostra esistenza?
Uno scrittore della Shoah, Elie Wiesel, ha riportato la propria drammatica esperienza nel libro intitolato “La notte”. Egli scrive che, quando fu deportato in un campo di concentramento, la sua fede in Dio crollò letteralmente. Non riusciva a capire come facessero gli ebrei a santificare le feste, a pregare, a sperare in una “liberazione” come gli avi al tempo della schiavitù d’Egitto. Un giorno, l’apice del dubbio fu raggiunta quando vide il corpo esanime di un uomo penzolare dal tronco dov’era stato impiccato. Quel bambino, di origine olandese, era stato in agonia per mezz’ora. Elie dice a se stesso, ma ad alta voce, come se fosse un interrogativo vivido, un grido di disperazione, al pari di Giobbe: “Dove sei Dio?”. Una luce interiore, apparsa nelle vesti di un uomo che aveva ascoltato quel grido, gli rispose: “È lì, vicino a quel bambino”. Dio non può sopperire il male, non può scegliere al posto dell’uomo, ma Dio è vicino a chi soffre, nel dolore, a chi gioisce, nella felicità. Dio permette che i suoi figli soffrano per una maggiore edificazione personale e morale, al di là della famosa “ricompensa eterna”,il cui pensiero non basta per essere consolati. Possiamo e dobbiamo soffrire perché nel dolore si può maturare. Dio è la madre che lascia il figlio camminare o correre sulla bicicletta lasciandogli credere che sia alle sue spalle e invece non c’è, ma lo guarda, lo protegge. Dio è così e tra le braccia di questo Dio sono certo si trovi ora don Antonio Magliacane.
Ciao don Antò!
Nello Amato

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